Intervista di Luca Telese, autore di "Cuori Neri", al ministro Giorgia Meloni, Presidente Nazionale Azione Giovani
Ancora si sta insediando, già medita di cambiare nome al suo ministero:”Ministero della Gioventù è meglio”" sospira “ne parlerò in Consiglio dei ministri…”. Allora provochi: è per portare nelle istituzioni l’assonanza con il Fronte della gioventù in cui ha mosso i primi passi? Lei tralascia il protocollo: “Sei scemo?”. E allora perché? “‘Politiche giovanili’ è l’incarnazione di un’idea di assistenza:per me Stato, i giovani sono la sottobranca di un problema sociologico, come i matti e le droghe… E allora m’invento un apparato che dia loro un ‘aiutino’ “. E invece lei come s’immagina il ministero? Nello stanzone affacciato sulle mura color meringa di Palazzo Chigi, nel quadrilatero magico del potere romano, la Meloni si fa seria: “Il contrario, direi! Un luogo che abbia come primo obiettivo valorizzare il protagonismo delle giovani generazioni”.
Con Giorgia Meloni ci diamo del tu. Non solo per affinità anagrafica fra trentenni, per uno di quegli incroci di carriera che a volte capitano a politici e giornalisti. Mi capitò di farle la prima intervista della sua vita nel 2002: era ancora una sconosciuta. una studentessa grintosa cresciuta nella sezione Colle Oppio, emersa nel movimento degli “Antenati”: postmissina, ultratosta. Una che ti spiazzava chiamandoti “Stellina” (una forma irresistibile del romanesco, i vezzeggiativi per abbattere le distanze formali); una che era stata appena nominata “reggente” dei giovani di AN in condominio con altri tre. La verità era questa: dopo vicissitudini interne la sua organizzazione, Azione giovani, era stata commissariata e i quattro erano espressione delle correnti, ma nominati da Gianfranco Fini. A fine dell’intervista ironizzai: se uno è “nominato”, il destino probabile è finire “revocato”. Concluse con un ringhio di orgoglio: “Io sono una militante. Comunque vada, questo non può revocarlo nessuno. E mi basta”. Dopo due anni si è celebrato un duro congresso per l’elezione del presidente. lo ha vinto. Così la Meloni ha iniziato una corsa fulminea verso l’empireo della politica: nel 2006 è la deputata più giovane del centrodestra, e poi (da matricola!) la più giovane Vicepresidente della Camera. Infine, un mese fa, il più giovane ministro della storia repubblicana, a soli 31 anni.
Se uno inizia così, o arriva al Quirinale in due anni o è un fallito.
(ride). “Fallire così mi andrebbe bene. Ma la mia esperienza spiega qualcosa su come funzionano i media in Italia”.
Non mi dire che ti trattano male.
“Per nulla. Godo di una buona stampa, persino immeritata. Tra i colleghi scopro simpatie trasversali che quasi mi stupiscono”.
Paola Concia, l’unica deputata omosessuale dichiarata, dice: “Altro che Carfagna! Tra le ministre il mio tipo è la Meloni”.
(Sospiro ironico) “Magari!”
Una dirigente di matrice missina che fa in questi casi?
“Non so. A me ha fatto piacere”.
E poi hai detto che sei contro il gay pride.
“Vedi le semplificazioni? A Klaus Davi ho detto che certi aspetti di carnevalismo esibizionistico, le ostentazioni, che non amo, hanno fatto più danno che altro agli omosessuali”.
Dopodiché se dovessi decidere se vietare il gay pride…
“Non lo vieterei. Ciascuno ha il diritto di manifestare le sue idee. E io credo di poter contestare quel che non condivido”.
Grazie alla Concia, torni in corsa come “Miss governo”.
“Ah… ah… ah…”
Quindi nessun concorso di bellezza, nel tempo dell’immagine?
“Rispondo come Leo Longanesi: ‘Certe onorificenze non basta non volerle, bisogna anche non meritarsele’…”
Persino Marco Travaglio, uno non tenerissimo con il centrodestra, ti elogia nel suo libro Se li conosci li eviti
(ride). “Temo che mi risparmi solo perché siamo amici”.
Ricapitoliamo la storia della ‘ragazza della Garbatella’?
“Parto da questo epiteto per continuare il discorso sui giovani. Da noi chi ha meno di 40 anni è considerato ‘giovane’: è una follia”.
Sarà perché l’aspettativa di vita si allunga…
“Non per fare paragoni immodesti: Alessandro Mango a trent’anni aveva già conquistato la Persia! Però l’ideologia dei ‘bamboccioni’ è radicata nella nostra classe dirigente”.
Ti riferisci a Padoa-Schioppa?
“Non solo. Ma la sua terrificante battuta secondo cui il governo Prodi aiutava ‘i bamboccioni a uscire di casa’, è la rappresentazione perfetta di come ‘ci’ vedono”.
Ovvero?
“Se a 30 anni sei ancora dai tuoi è colpa tua: non del fatto che hai uno stipendio da schifo, se un Co.co.co e nessuno ti fa un mutuo”.
Perché ti dà fastidio “ragazza della Garbatella”?
“Delle mie origini popolari sono orgogliosa. Ancora oggi, prendersi un aperitivo in una piazza della Garbatella, tra i murales della Roma e quella dimensione di paese in cui conosci tutti e tutti ti conoscono è il contrario delle periferie che producono rabbia e alienazione”.
Allora cosa non va?
“Sei sempre catalogato alla voce 'Mostri'. Nessuno definirebbe David Cameron, leader dei conservatori britannici, ‘il pischello dei sobborghi di Londra’. Proprio non ci pensano. In Italia è il contrario”.
E perché?
“Non siamo preparati all’idea di un giovane affermato. Se sei giovane, e sei qualcuno, devi essere un fenomeno da baraccone”.
E c’entra la Garbatella?
“Certo. Non sono più Giorgia Meloni, ma l’effetto collaterale di una fiction, un personaggio dei Cesaroni. Il sogno dei giornalisti è vedermi in una puntata apostrofare in romanesco Claudio Amendola”.
Capirai, quello è di Rifondazione…
“A parte la stima nata con Bertinotti nell’ufficio di presidenza dalla Camera, a me dispiace che la sinistra sia fuori dal Parlamento. Ha pagato tutte le colpe del governo”.
E’ un omaggio di rito?
“Sono distanti da me in modo siderale, ma spesso animati da passione autentica. In Parlamento è meglio se sono rappresentati tutti”.
Torniamo alla Meloni.
“Se non divento ‘una Cesaroni’ c’è l’altro format: o pinup, o ‘divetta’. Mi vorrebbero con tatuaggio sull’ombelico alla Asia Argento”.
Ce l’hai il tatuaggio?
(Scuote la testa). “Pure tu… Pensa che a me disturba persino farmi fotografare per strada. M’immedesimo in chi mi vede: ‘Questa la pago io, perché non se ne va a lavorare?”.
E se ti chiedono l’autografo?
“E’ una regola interiore. Come non usare l’auto blu se non per rappresentanza. Il giorno dell’insediamento i giornali hanno riportato una battuta che ho fatto a un tuo collega. Andavo da Quirinale a Montecitorio e i giornalisti:” Che fa, va a piedi?”. Cento metri, ho riso: “Come devo andarci, a cavallo?”.
Era preparata…
“No, giuro! Sono gelosa della mia normalità, non per buonismo, perché il mondo lo capisco così. Pur essendo ultraprivilegiata, anche economicamente, ancora non riesco a comprar casa”.
Quindi con la politica non ci si arricchisce…
“Magari… più aumenta l’acconto che metto da parte, più aumentano i prezzi della Garbatella. E anche qui c’entrano I Cesaroni. Una buona fiction fa volare i prezzi! Ecco perché bisogna sfruttare i limiti del sistema. Bisogna fare una fiction sulle vele di Scampia, proiettare nelle scuole Gomorra, elevare a eroi i precari che fanno un figlio senza pensare alla retta dell’asilo”.
Esiste davvero il “Sistema”?
“Eccome. Esempio: esce una ricerca sociologica, e come titolano i giornali? ‘I giovani trovano lavoro con le raccomandazioni’ “.
Non è vero?
“Va rovesciato il concetto: molti giovani onesti, soprattutto nel Sud, sono costretti alla raccomandazione. Subire è il contrario di volere. Questa società pone ai ragazzi un tacito ultimatum: ‘O ti fai cooptare, o resti fuori dalla porta tutta la vita’ “.
Senza la cooptazione di Fini la Meloni non ce l’avrebbe fatta?
(Sorride). “Da reggente, al congresso di Bologna, chiesi un congresso del movimento, di permettere che fossero gli iscritti a decidere da chi farsi rappresentare. E’ agli atti…”
E poi?
“L’abbiamo fatto. Di me dicevano: ‘Una ragazza non può fare il capo’… Ho vinto per 16 voti su 500 delegati! Fini non si era schierato, ma avrebbe scommesso sul mio avversario, Carlo Fidanza”.
L’hai epurato, come vogliono le regole feroci della nuova politica?
“Oggi lo considero un amico, uno dei migliori dirigenti”.
Torniamo al rapporto con Fini.
“Sai come mi diede la notizia della vicepresidenza? Nel suo ufficio. Sguardo di ghiaccio. Silenzio. Voce cupa: ‘Non pensavo di dover arrivare a tanto’… Pensai: ‘Oddio, che è successo?’. Invece si era vendicato per lo scherzo dei kaziri, che gli avevamo fatto alla festa di Ag”.
Fini era ministro degli Esteri…
“Si alzò uno dei nostri con il cranio rasato, un bonzo: ‘Presidente, aiuto… aiuto per i kaziri… siamo una minoranza cattolica perseguitata in Asia. Anche il Papa ha lanciato un appello per noi’".
E lui?
“Sai com’è. Tutto serio risponde: ‘Sì, sì, conosco la vicenda…’ “.
Gli avete detto che era una balla…
“E’ stato fenomenale. E’ scoppiato a ridere pure lui: ‘Più che kaziri siete kazzari…’ “.
Come si ribalta la cultura della cooptazione?
“Con la rivoluzione del merito”.
Ovvero?
“Sostituendo l’egualitarismo sessantottino, l’idea un po’ chic e un po’ brutale per cui saremmo tutti uguali, con l’uguaglianza. Ovvero l’uguaglianza come punto di partenza, cioè pari opportunità per tutti, piuttosto che quella del punto di arrivo, che produce livellamento verso il basso”.
E come si fa?
“Per esempio con il prestito d’onore a chi non ha i soldi per gli studi o la detassazione per le giovani imprese. Sostenere i giovani e i loro progetti. Trasparenza e serietà dei concorsi. Insomma, rompere i privilegi e le rendite che hanno bloccato chi aveva delle idee”.
Chiudiamo con i giovani da premiare e i babbioni da rottamare…
“Comincio rottamando Oreste Scalzone e tutti i cattivi maestri, antichi, moderni e contemporanei. E promuovo Roberto Saviano. Senza di lui, forse, sarebbe stato più facile ignorare il fatto che la camorra è viva e vegeta”.
E poi?
“Sandra, la precaria di 29 anni che ha scritto a Napolitano: ‘ Non ce la faccio, abortisco’. Poi non lo ha fatto più. Vorrei ricordarla ora, quando smette di far notizia”.
di Luca TELESE - da Panorama FIRST 6/7 2008
E FINALMENTE...
...IL CAMPO DI AZIONE STUDENTESCA!!!
Questo campo è un'occasione per permettere a tutti gli studenti di Siena e provincia per incontrarsi con ragazzi provenienti da tutta Italia e di condividere esperienze, battaglie, idee, sogni ed opinioni ma soprattutto...tre giorni di puro divertimento al mare!!!
Il campo si svolgerà dall'11 al 13 di Luglio nella bellissima località di Medolino, paesino di mare vicino alla città di Pola.
Il titolo scelto per questo evento è "RIVOLUZIONARI PER TRADIZIONE", affinchè tutti noi possiamo riscoprire lo spirito rivoluzionario proprio dell'essere giovani con i mezzi della cultura: il proggramma è in fase di sviluppo, ma alcuni esperti ci parleranno di foibe, del '68 e tanto altro ancora con una particolare attenzione per la scuola.
Gli alloggi sono previsti solo in tenda; per il costo deve arrivare il preventivo definitivo ma con buone probabilità il posto tenda e un pasto al giorno saranno gratuiti. Il viaggio è a carico dei partecipanti fino a Venezia, dove vi saranno alcuni pullman che nella giornata di venerdì 11 partiranno per portare gratuitamente i ragazzi al campeggio.
Ecco la lista delle cose fondamentali:
1) Carta di identità o passaporto (non scaduto...) valido per l'espatrio (il campeggio ufficialmente è in Croazia anche se nelle italianissime terre d'Istria);
2) Copertura sanitaria (modello 111): bisogna andare alla propria USL/ASL e chiedere il modello 111 per l'espatrio, che è gratuito);
3) Cambiare gli euro in kune (la valuta croata: non si possono usare gli euro per pagare);
4) Tenda, sacco a pelo e torcia per la notte.
A breve vi sapremo dare notizie ben più precise e definitive su costi ed eventuali rimborsi per il viaggio.
MI RACCOMANDO, VI ASPETTIAMO!!!
PER INFO: campo@azionestudentesca.org o 339-8224392 (Michele Pigliucci)
Per aderire o per altre info: as_siena@hotmail.it o 340-8255115 (Francesco)
CONTINUA L'INDAGINE DI AZIONE STUDENTESCA SUL TIBET: PER MEGLIO COMPRENDERE E PER ESSERE PIU' VICINI AL POPOLO TIBETANO VI DIAMO QUALCHE CENNO STORICO...
“Il vuoto fu riempito dal vento, poi una pioggia torrenziale. Dopo aver formato un oceano primordiale, la pioggia cessò. Il vento, invece, continuò a soffiare e agitò le acque a tal punto che esse si raddensarono, come il burro dal latte, formando alte montagne. Fu allora che Nyatri Tsanpo, primo re tibetano, scese dal cielo per mezzo di una corda. La stessa corda che, alla sua morte, usò per ascendere nuovamente agli dei”.
Cosi la mitologia buddista dipinge la nascita del Tibet. La storiografia invece fa risalire la nascita di uno Stato, embrione del futuro regno tibetano, al VII secolo dopo Cristo. A capo di questa nuova entità, il principe Namri Lonstan.
Fra il VII e il XI, il Tibet fu retto da 42 sovrani, sotto i quali la forza e l’estensione del regno andarono gradualmente aumentando.
Nel XIII secolo il Tibet fu incorporato nell’Impero cinese-mongolo. Un ruolo fondamentale nel sodalizio tra tibetani e mongoli lo svolse il buddismo, che in poco più di cinque secoli fu abbracciato dalla quasi totalità della popolazione mongola. Intanto il Dalai Lama (titolo attribuito ai capi reincarnati della scuola Gelupga) stava diventando il leader indiscusso del popolo tibetano. Forte dell’alleanza con i mongoli, il 5° Dalai Lama riusci ad avere la meglio sulle scuole rivali e sui sovrani laici locali divenendo cosi il primo Dalai Lama ad esercitare un effettivo potere politico sull’intero Tibet. A questo periodo si può far risalire anche il trasferimento del governo da Drepung a Lhasa, attuale capitale del Tibet.
Il sodalizio mongolo tibetano si ruppe con l’ascesa al potere del 6° Dalai Lama, il quale, a causa della propria condotta indusse il sovrano mongolo Lhazang Khan ad assumere il diretto controllo politico sul Tibet. Deposto il 6° Dalai Lama, Lhanzang Khan ne nominò uno nuovo al quale i tibetani contrapposero un loro candidato, individuato secondo il tradizionale criterio della reincarnazione.
Nel 1717 i gelupga chiamarono gli dzungari – confederazione di tribù mongole occidentali - in loro soccorso. Questi però, da liberatori finirono per diventare occupanti.
Nel 1720, l’Imperatore Manciù della Cina intervenne cacciando gli dzungari. Fu stabilito, però, un protettorato cinese che sarebbe durato fino al 1911 e che avrebbe determinato la fine dell’indipendenza del popolo tibetano.
Nel 1912, in seguito alla cacciata dei cinesi con l’aiuto dell’Inghilterra, il Tibet dichiarò la propria indipendenza dalla Cina ma, alla fine della seconda guerra mondiale, gli Inglesi abbandonarono la regione e il governo Cinese, ormai comunista, poté riprendere l’antica politica degli imperatori Manciù. L’invasione dell’esercito di Mao (nuovo leader cinese) del 1950 portò alla firma di un trattato che permise il riconoscimento dell’occupazione militare cinese del Tibet nel rispetto dell’autonomia regionale tibetana e delle proprie credenze e tradizioni. Nel 1952 cominciò però una campagna di sistematica distruzione dei monasteri. Nel 1959 il Tibet divenne definitivamente, e per disgrazia del popolo tibetano, regione autonoma della Repubblica Popolare cinese. Il governo legittimo fu esiliato a Dharamsala, nell’India settentrionale.
Da quell’anno il popolo tibetano ha cercato ripetutamente di liberarsi dalle redini che lo legano al governo di Pechino senza però avere successo. Inoltre la comunità internazionale, sempre pronta a invocare il principio di autodeterminazione dei popoli, ha preferito conservare i propri rapporti con il governo cinese piuttosto che ascoltare le continue richieste d’aiuto dei tibetani.
COSA AGGIUNGERE? Fateci sapere la vostra commentando questo post o mandando una mail a: as_siena@hotmail.it
(Fonte: http://www.azionestudentesca.pn.com; si ringrazia Antonio Pantano, Presidente Circolo AG Sacile, per l'articolo)
Articolo di Francesco Aldo Tucci*
“L’ingegno non ha età: la trasmissione inter-generazionale delle competenze” :
questo il tema sul quale si sono confrontati domenica sera nella sede del ‘Club Karl Popper’ di Siena Fabio Menicacci, Segretario Nazionale Modavi, Marco Baglioni, Presidente Fondazione Adi.Art Roma, Edoardo Conticini, Responsabile Giovani della associazione ‘
La serata è giunta alla fine di un’intera giornata dedicata ai problemi dei giovani (soprattutto uso-abuso di droga e alcol) e degli anziani (M. di Alzheimer in particolare) e all’incontro tra le generazioni.
In effetti, la trasmissione del sapere rappresenta uno dei più grandi “busillis” del nostro tempo, e insieme una grande e ardua sfida. Viviamo –è più che risaputo– in un mondo che si muove a grande velocità e dove tutto è preda di un forte dinamismo, cosicché la trasmissione del sapere è resa più difficile dal perpetuo evolversi di certi settori della conoscenza. Inoltre, come se non bastasse, l’affermarsi dei mass media e di internet ha ulteriormente rivoluzionato il modo con cui i giovani entrano in contatto con le varie conoscenze, creando confusione, incertezza e, soprattutto, mancanza di controllo.
Prima, quando il rapporto tra le generazioni era gerarchico, è vero che il sapere si trasmetteva come per scomparti chiusi, con molto meno spazio per l’individualità, ma è altresì vero che la mediazione di una adulto portava a una formazione migliore (perché più selezionata e quindi più ricercata e limata) e che –pensiamo soprattutto al periodo del dopoguerra– era dato più spazio alla azione individuale, ovvero a quello “spirito d’impresa” che dalla nascita del capitalismo ad ora è sempre stata la caratteristica più importante per chi abbia dato inizio a una qualche attività.
E proprio da questa constatazione si sono sviluppate le relazioni di Marco Baglioni e di Fabio Menicacci, con una particolare attenzione –del resto la serata è stata organizzata anche da Confartigianato-Anap– per il cosmo delle piccole e medie imprese.
Tanto per dare un’idea dell’alto profilo della serata e dell’alto livello dei relatori, pubblichiamo qui di seguito l’intervento di Edoardo Conticini, Responsabile Giovani della Associazione “
“Vorrei innanzitutto rivolgere il mio saluto ai presenti e agli ospiti di oggi, la cui presenza ci consente di sviluppare uno stimolante dibattito su uno degli argomenti chiave della società e dell’economia italiana: la trasmissione intergenerazionale delle competenze, che non a caso è stato scelto come tema per il primo evento promosso da “Terra di mezzo”. La duplice composizione di questa Associazione, formata da giovani, che mi trovo a rappresentare, e meno giovani, punta a sottolineare, come si può evincere dall’impostazione di questa giornata, la necessaria compenetrazione tra i due mondi, vista come alla base dei propositi che animano e hanno portato alla genesi di “Terra di mezzo”: da una parte, impegno disinteressato volto ad agire concretamente nel presente e nel futuro con l’esuberanza della nostra età ma anche con cognizione di causa, rifiuto di qualsiasi estremismo e delle più meschine logiche utilitaristiche, solida base culturale che prescinda dai facili e rumorosi slogan che ci circondano, cercando, dunque, di opporsi all’amara constatazione prezzoliniana per cui <<in Italia non c’è niente di più pericoloso che aver ragione sottovoce e niente di più sicuro che aver torto urlando>>; dall’altra –ed ecco ritornare prepotentemente il tema di oggi– conoscenza profonda del tessuto e del contesto in cui viviamo, in una parola delle tradizioni, ora conservando, ora superando il tutto con consapevolezza e animo scevro da pregiudizi.
La considerazione che circa l’82% delle imprese italiane è costituito da piccole e medie imprese a carattere artigianale e a conduzione eminentemente familiare, porta ad affermare che tale modello imprenditoriale rappresenta uno dei tratti più caratteristici dell’economia e, di riflesso, della società italiana. Forse, quindi, non è esagerato dire che questo costituisce il cuore del made in Italy e che ad esso si lega anche buona parte del consumo interno e dell’export, contribuendo in maniera assai significativa al PIL e all’occupazione del nostro Paese, al punto che la sua evoluzione è in grado di condizionarne il livello di competitività.
Da ricordare, inoltre, le loro stesse caratteristiche, quelle che ne hanno fatto la fortuna, la conduzione familiare e artigianale, la cui evoluzione nel corso degli anni e la conseguente trasformazione da bottega in impresa non hanno mutato il ruolo del padrone, non già manager o azionista ma pur sempre il primo dei dipendenti, come lo potremmo definire, in grado ancora di serbare la tecnica e l’abilità e di passarla ai discendenti garantendone così la trasmissione e la continuità. Ecco, questi fattori, che hanno garantito una sorta di cristallizzazione nel corso degli anni ed hanno fatto la gioia del consumatore ed il successo dell’azienda, in realtà si reggono su un delicatissimo equilibrio, la cui conservazione è cura costante del proprietario-detentore dell’arte. Questi, infatti, per assicurare continuità all’impresa, è obbligato a trasmettere la sua abilità ai discendenti, che subentrino con lo stesso ruolo e competenze del predecessore, e non come semplici azionisti o manager, che ne snaturerebbero l’aspetto tradizionale.
Recentemente, tuttavia, stiamo assistendo ad un notevole ritardo in tale cambio generazionale, che, facendo restare i genitori al timone sino a tarda età, finisce per far arrivare al vertice le nuove leve oltre i 40-50 anni, quando ormai hanno perso entusiasmo e capacità di rischio, spesso demotivati e quindi quasi del tutto incapaci di gestire un qualcosa con cui fino ad allora non hanno avuto a che fare se non in un ruolo subalterno. Purtroppo, spesso, tale difficoltà di trasmissione agli eredi dell’azienda, origina crisi, insuccessi e, non raramente, addirittura la scomparsa della stessa.
Detto questo, non ci sembra certo da aggiungere altro sull’importanza di questo argomento, che va inevitabilmente ad inserirsi nella recente questione del rapporto tra giovani e meno giovani e su cui ebbe recentemente ad esprimersi (assai tristemente a dire il vero) anche l’ex Ministro delle Finanze Padoa Schioppa. Del resto, è evidente a tutti che negli ultimi anni si è enormemente allargata la distanza tra le due fasce della popolazione, in quanto, a fronte di un innalzamento della vita media, i non più giovani si sono potuti dedicare fino ad un’età avanzata ad attività lavorative, mentre gli altri, le nuove leve, hanno iniziato a trovare difficoltà nell’inserirsi nella società, ad essere realmente partecipi del mondo del lavoro, finendo per rimanere a gravitare nell’orbita della famiglia.
Ora, prescindendo da considerazioni sui responsabili della situazione attuale, siano essi genitori troppo accentratori e privi di fiducia oppure figli inadatti all’assunzione di responsabilità e affatto privi di idee e volontà –questione che ci interessa solo relativamente– sarebbe ben più interessante e utile soffermarsi sul come superare questo impasse.
Una prima risposta, già ampiamente utilizzata in certe zone d’Italia con risultati positivi e tra l’altro largamente incentivata all’estero, è la figura del manager, la cui introduzione ha tuttavia originato la dicotomia tra imprese di famiglia e imprese familiari. Nel primo caso, in cui l’imperativo della proprietà, non impegnata nelle funzioni gestionali e produttive, è esclusivamente la garanzia della continuità dell’azienda ed il ritorno del capitale investito, l’apertura ai dirigenti esterni è diventata una prassi; più complessa, invece, risulta la situazione nel secondo caso, in cui il manager è chiamato a svolgere non solo il suo abituale ruolo, ma anche quello di vero e proprio traghettatore nel passaggio generazionale, facendo formazione nei confronti dei discendenti al fine di trasferire loro il know how.
Sicuramente una funzione da incentivare, in aziende in cui la proprietà è direttamente impegnata in tutte le attività, ma che necessita della collaborazione e del fattivo impegno di chi si appresta a lasciare il timone e di chi lo deve prendere. Affinché non si verifichi quel tardivo ricambio di cui ho già accennato, è fondamentale una precoce maturazione dei più giovani, che avvenga mediante un’adeguata preparazione ad assumersi sempre maggiori responsabilità fino a lasciare ampi spazi di autonomia –e di errore, certo– in cui possano muoversi, permettendo loro di apportare modifiche in rapporto alla loro esperienza sin lì maturata e, magari, alla loro migliore conoscenza delle tecnologie e del nuovo mutato contesto in cui la loro ditta si troverà ad operare. Il tutto, ovviamente, nel pieno e completo rispetto del substrato delle tradizioni che dovranno gestire, che nel frattempo avranno conosciuto profondamente e cui non guarderanno come un oggetto misterioso di cui nulla sanno.
In questo processo di valorizzazione delle nuove generazioni, è auspicabile che un ruolo fondamentale possa essere svolto dalle Associazioni di Categoria, che dovrebbero fungere da vero e proprio trait-d’union tra le generazioni di imprenditori. In particolare, sarebbe opportuno che le stesse si facessero promotrici di iniziative di formazione, al fine di ottimizzare le potenzialità manageriali delle nuove leve attraverso lo stimolo della conoscenza del vecchio unito ad un costante aggiornamento e, per rimanere in argomento, “convertissero” l’ingegno degli anziani da un ruolo puramente operativo ad uno di trasmissione delle competenze.
Gli anziani, appunto: come riteniamo che le nuove generazioni non siano un impaccio ma una dote da tenere in considerazione, non solo in questo specifico contesto ma in ogni altro ambito in cui saranno impegnati, siamo altrettanto convinti che la loro crescita debba per forza passare dal confronto con chi, con la propria esperienza pregressa, costituisce il cuore delle piccole e medie imprese ed anche un’inesauribile fonte di insegnamento.
Sarebbe dunque l’ideale, riallacciandosi a quanto sopra detto, che gli imprenditori in età avanzata, proprio perché “l’ingegno non ha età”, evitassero di ritardare continuamente l’ingresso degli eredi alla guida delle loro aziende ma, anzi, utilizzassero questo ingegno per trasmettere quelle competenze di cui sono talora gli unici depositari, non già ritirandosi nell’inattività, ma, infine, favorendo la progressiva emancipazione e responsabilizzazione dei figli e la loro partecipazione alle competenze che hanno consacrato il successo del fondatore. Al tempo stesso, sarà necessaria, insieme al superamento delle tensioni familiari, una maggiore apertura alle nuove istanze del mercato globale in cui l’impresa familiare vorrà e dovrà necessariamente crescere, costituendosi al tempo stesso, con l’indispensabile ausilio delle stesse Associazioni di Categoria, una solida cultura manageriale, che forse la componente giovanile, nel solco della tradizione del modello capitalistico familiare, saprà cogliere al meglio”
*Responsabile provinciale Azione Studentesca Siena
Quella che sta per iniziare sarà senza dubbio una delle edizioni dei Giochi Olimpici attorno alla quale il dibattito si è fatto più acceso. Molteplici i motivi: religiosi, culturali, politici, economici.
Ha risvegliato senz’altro molta indignazione, in tutto l’Occidente, la repressione che il Governo di Pechino ha attuato pochissimo tempo fa nella regione del Tibet, insorta contro il mai accettato cancro del regime comunista cinese, insediatosi nella regione nel 1959 e mai più andatosene. Intolleranza verso un regime che ha ucciso, distrutto, eliminato fisicamente monasteri, persone e opere d’arte. Verso un regime che ha addirittura provato, per fortuna senza successo, ad eliminare la lingua del Popolo Tibetano oppresso. E per la cui difesa l’intero blocco Occidentale si è sempre limitato a fare il minimo indispensabile. Ci sono rapporti economici troppo delicati da mantenere, dicono.
Ed è proprio l’ipocrisia dell’Occidente, negligente nel vedere il sangue che ogni giorno viene sparso in quei luoghi, apparentemente così lontani, ad indignare ancora di più. Risale a poco tempo fa pure la notizia della vendita di liste piene di nomi di “avversari del regime”, che il provider internet statunitense Yahoo! avrebbe ceduto al Governo di Pechino, in cambio di privilegi commerciali e denaro.
La mano insanguinata del regime di Pechino non si ferma entro i confini del Celeste Impero. Si espande, arrivando persino nel Darfur africano e in Birmania (quella che oggi si chiama Myanmar).
Ma l’Occidente sembra non vedere nulla di tutto ciò.
Probabilmente non tutti sapranno della condizione in cui versano le donne in Cina, dove ancora in molti luoghi è rimasta una mentalità che fa si che queste vengano trattate come dei mostri, o meglio, dei fantasmi. Semplicemente, se nascono, non esistono. Pertanto c’è chi pensa che sia meglio non farle nascere, tanto per non condannarle ad una vita di stenti e di violenze.
Ma, nonostante sia relativamente piccolo, esiste un blocco di Stati che ha deciso di intervenire, per non continuare a rimanere in silenzio di fronte a tanto male, di fronte a tanti insulti alla dignità umana. Così, con la Francia di Sarkozy, è stata avanzata la proposta di un boicottaggio di questa edizione dei Giochi Olimpici, che, per funzionare davvero dovrebbe trovare d’accordo i Comitati Olimpici di molti Paesi che parteciperanno ai Giochi.
Personalmente, non sappiamo se il boicottaggio dei Giochi sia una misura utile per far sentire la propria voce su tutto ciò che avviene in Cina oggi e di cui troppo poco si parla: il boicottaggio dei Giochi di Mosca 1980 e Los Angeles 1984 (attuato rispettivamente dai Paesi Occidentali a Mosca, da quelli del Patto di Varsavia negli USA) non sono serviti a molto.
Ma se questa è l’unica strada verso un riconoscimento dei diritti fondamentali dell’Uomo in un Paese come la Cina dove neppure la stampa ed Internet sono liberi, allora è giusto, è un dovere di ogni persona che creda nella Libertà percorrerla. Giochi Olimpici o meno, dobbiamo superare la sterile retorica e cominciare ad agire.
UNISCITI ANCHE TU ALLA LOTTA CONTRO L'OPPRESSIONE CINESE! TIBET LIBERO!
Ringraziamo Azione Studentesca Pordenone - www.azionestudentescapn.net - per l'ottimo articolo
Azione Studentesca Siena, in lotta contro tutte le oppressioni
IN AZIONE!